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Buongiorno a tutti, oggi smontiamo un altro luogo comune, un altro di quelli slogan, come quello della separazione delle carriere che ci vengono bombardati da anni e che molti finiscono per prendere sul serio proprio perché il martellamento ha questo di bello, lo diceva già Goebbels ripeti una bugia 10/20/30 volte, alla fine diventerà una verità, mi riferisco a quell’espressione incredibile di grande presa che è quella dei pentiti a rate o a orologeria, l’hanno ritirata fuori per cercare di screditare Gaspare Spatuzza, il quale avrebbe fatto delle rilevazioni non tutte subito, ma scaglionate nel tempo. (leggi tutto)

Segnalazioni

La giustizia italiana sotto accusa
(Neue Zurcher Zeitung, CH - 10 luglio 2010)
Italia: la fine del "berlusconismo" si gioca su uno scenario di corruzione (Le Monde, FR - 3 agosto 2010)
Traduzioni a cura di
italiadallestero.info

 


continua

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Vignetta di NatangeloOra d'aria
l'Unità, 28 agosto 2008

Angelino Jolie, incredibilmente ministro della Giustizia, in un’intervista al Giornale della ditta, ha voluto dare ragione alla collega Gelmini sulle scuole del Sud, che ad avviso della ministra dell’Istruzione produrrebbero somari. Lui infatti ha studiato ad Agrigento. Come il suo spirito guida Al Tappone, egli dice di ispirarsi a Falcone: “Stavo rileggendo proprio in questi giorni l’intervista del giudice a Marcello Padovani”. Ora, Marcello Padovani non esiste, dunque è altamente improbabile che Falcone gli abbia mai rilasciato un’intervista. Esiste invece Marcelle Padovani, corrispondente del Nouvel Observateur dall’Italia. Resta da capire che cosa diavolo stia leggendo Angelino Jolie. Forse un apocrifo prestatogli da un altro Marcello: Dell’Utri, noto bibliofilo pregiudicato.

La sua riforma della Giustizia, rivela Angelino al genuflesso direttore del Giornale, si propone anzitutto “la parità di accusa e difesa di fronte a un giudice che sta sopra le parti e non ha alcun collegamento con esse”. Come se gli avvocati, pagati dai clienti per farli assolvere anche se colpevoli, fossero paragonabili ai pm, che devono cercare la verità processuale per far condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti. Poi, aggiunge Jolie, va “riformulata l’obbligatorietà dell’azione penale” con “criteri di priorità fra i reati in base all’allarme sociale che essi creano”. Forse intende affidare i criteri di priorità alle regioni o ai comuni, visto che i reati che allarmanti in Barbagia non sono gli stessi a Corleone o in Aspromonte o nel centro di Milano. Senza contare l’assurdità di prevedere come reato comportamenti che poi si decide di non punire. “E’ vietato, ma si può”. All’italiana.

Il presunto ministro pare atterrato poche ore fa da Marte: parla di giustizia come se fosse il primo a occuparsene, come se negli ultimi 15 anni non fossero state approvate circa 150 “riforme della giustizia”. Quasi tutte votate anche da lui e dal suo partito. Le carceri scoppiano? L’indulto - dice - “non è servito a nulla”. Ma va? Infatti lui, due estati fa, lo votò. E poi lo chieda a Previti, se non è servito a nulla. Ma ecco l’idea geniale per sfollare le carceri: braccialetto elettronico ed espulsione dei detenuti immigrati. Forse non sa che il braccialetto elettronico fu sperimentato 8 anni fa da quell’altro genio del ministro Enzo Bianco, dopodichè si scoprì che i detenuti il braccialetto se lo sfilavano col taglierino e se ne andavano a zonzo senza controlli. In ogni caso, non è male l’idea di certi parlamentari che vanno alla Camera o al Senato col braccialetto al polso. Quanto alle espulsioni, forse il ministro ignora che gl’immigrati condannati sono quelli che più spesso rientrano in Italia, assistiti dalle organizzazioni criminali. Bella sicurezza.

Ma ecco un’altra idea geniale, suggerita dall’autorevole Mario Giordano:“La responsabilità civile”dei giudici, che “non c’è mai stata” perché il referendum del 1985 è stato “tradito”. Balla colossale: già oggi, per legge, il magistrato che sbaglia per dolo o colpa grave paga in proprio. Diverso il caso del magistrato che giudica sufficienti le prove per arrestare o condannare un tizio che altri giudici di grado superiore ritengono insufficienti: questo non è errore giudiziario, altrimenti non si troverebbe nessuno disposto ad arrestare o condannare. Angelino trova inaccettabile che “chi sbaglia paga in qualsiasi settore tranne che in magistratura”. Potrebbe chiedere informazioni a Metta e Squillante, arrestati dai loro colleghi per le tangenti che incassavano da Previti e Berlusconi. I magistrati, quando prendono un collega che ruba, lo arrestano. I politici, quando prendono un collega che ruba, lo coprono e lo promuovono.

Jolie è “disponibile ad ascoltare” l’idea della Lega e di Dell’Utri di eleggere i pm. Gli aspiranti pm si candidano, fanno campagna elettorale nei rispettivi partiti e vengono eletti se trovano abbastanza elettori. Magari fra i loro futuri imputati. Oppure potrebbero candidarsi a pm direttamente gli imputati: in certe regioni d’Italia, hanno ottime possibilità di farcela. Dopodichè, auguri all’imputato extracomunitario che incappa nel pm leghista con toga verde. E auguri al padano che incappa nel pm siciliano di Rifondazione comunista. Come antidoto alla presunta politicizzazione dei pm, non c’è davvero male. Angelino Jolie, in due pagine di intervista, dimentica di spiegare come intenda ridurre i tempi dei processi, che tutti gli italiani ritengono il primo e unico problema della giustizia. Ma questo è comprensibile. Per Al Tappone e gli altri politici imputati, la giustizia è ancora troppo rapida. Bisogna rallentarla un altro po’.

Segnalazioni

Roma, 3 settembre - ore 21
Dibattito in occasione dell'uscita del Bavaglio, il libro di Peter Gomez, Marco Lillo e Marco Travaglio, con introduzione di Pino Corrias.
Con gli autori interverranno Paolo Flores d'Arcais e Sabina Guzzanti.
Teatro Vittoria, piazza Santa Maria Liberatrice, 8
Scarica l'invito


Leggi l'Ora d'aria di ieri: Per Luca e Davide

La Cassazione dà torto ai Mastella (e tutti fingono di non accorgersene)
di Uguale per tutti

Leggi la sentenza della Cassazione

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Vignetta di NatangeloOra d'aria
l'Unità, 28 agosto 2008

Angelino Jolie, incredibilmente ministro della Giustizia, in un’intervista al Giornale della ditta, ha voluto dare ragione alla collega Gelmini sulle scuole del Sud, che ad avviso della ministra dell’Istruzione produrrebbero somari. Lui infatti ha studiato ad Agrigento. Come il suo spirito guida Al Tappone, egli dice di ispirarsi a Falcone: “Stavo rileggendo proprio in questi giorni l’intervista del giudice a Marcello Padovani”. Ora, Marcello Padovani non esiste, dunque è altamente improbabile che Falcone gli abbia mai rilasciato un’intervista. Esiste invece Marcelle Padovani, corrispondente del Nouvel Observateur dall’Italia. Resta da capire che cosa diavolo stia leggendo Angelino Jolie. Forse un apocrifo prestatogli da un altro Marcello: Dell’Utri, noto bibliofilo pregiudicato.

La sua riforma della Giustizia, rivela Angelino al genuflesso direttore del Giornale, si propone anzitutto “la parità di accusa e difesa di fronte a un giudice che sta sopra le parti e non ha alcun collegamento con esse”. Come se gli avvocati, pagati dai clienti per farli assolvere anche se colpevoli, fossero paragonabili ai pm, che devono cercare la verità processuale per far condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti. Poi, aggiunge Jolie, va “riformulata l’obbligatorietà dell’azione penale” con “criteri di priorità fra i reati in base all’allarme sociale che essi creano”. Forse intende affidare i criteri di priorità alle regioni o ai comuni, visto che i reati che allarmanti in Barbagia non sono gli stessi a Corleone o in Aspromonte o nel centro di Milano. Senza contare l’assurdità di prevedere come reato comportamenti che poi si decide di non punire. “E’ vietato, ma si può”. All’italiana.

Il presunto ministro pare atterrato poche ore fa da Marte: parla di giustizia come se fosse il primo a occuparsene, come se negli ultimi 15 anni non fossero state approvate circa 150 “riforme della giustizia”. Quasi tutte votate anche da lui e dal suo partito. Le carceri scoppiano? L’indulto - dice - “non è servito a nulla”. Ma va? Infatti lui, due estati fa, lo votò. E poi lo chieda a Previti, se non è servito a nulla. Ma ecco l’idea geniale per sfollare le carceri: braccialetto elettronico ed espulsione dei detenuti immigrati. Forse non sa che il braccialetto elettronico fu sperimentato 8 anni fa da quell’altro genio del ministro Enzo Bianco, dopodichè si scoprì che i detenuti il braccialetto se lo sfilavano col taglierino e se ne andavano a zonzo senza controlli. In ogni caso, non è male l’idea di certi parlamentari che vanno alla Camera o al Senato col braccialetto al polso. Quanto alle espulsioni, forse il ministro ignora che gl’immigrati condannati sono quelli che più spesso rientrano in Italia, assistiti dalle organizzazioni criminali. Bella sicurezza.

Ma ecco un’altra idea geniale, suggerita dall’autorevole Mario Giordano:“La responsabilità civile”dei giudici, che “non c’è mai stata” perché il referendum del 1985 è stato “tradito”. Balla colossale: già oggi, per legge, il magistrato che sbaglia per dolo o colpa grave paga in proprio. Diverso il caso del magistrato che giudica sufficienti le prove per arrestare o condannare un tizio che altri giudici di grado superiore ritengono insufficienti: questo non è errore giudiziario, altrimenti non si troverebbe nessuno disposto ad arrestare o condannare. Angelino trova inaccettabile che “chi sbaglia paga in qualsiasi settore tranne che in magistratura”. Potrebbe chiedere informazioni a Metta e Squillante, arrestati dai loro colleghi per le tangenti che incassavano da Previti e Berlusconi. I magistrati, quando prendono un collega che ruba, lo arrestano. I politici, quando prendono un collega che ruba, lo coprono e lo promuovono.

Jolie è “disponibile ad ascoltare” l’idea della Lega e di Dell’Utri di eleggere i pm. Gli aspiranti pm si candidano, fanno campagna elettorale nei rispettivi partiti e vengono eletti se trovano abbastanza elettori. Magari fra i loro futuri imputati. Oppure potrebbero candidarsi a pm direttamente gli imputati: in certe regioni d’Italia, hanno ottime possibilità di farcela. Dopodichè, auguri all’imputato extracomunitario che incappa nel pm leghista con toga verde. E auguri al padano che incappa nel pm siciliano di Rifondazione comunista. Come antidoto alla presunta politicizzazione dei pm, non c’è davvero male. Angelino Jolie, in due pagine di intervista, dimentica di spiegare come intenda ridurre i tempi dei processi, che tutti gli italiani ritengono il primo e unico problema della giustizia. Ma questo è comprensibile. Per Al Tappone e gli altri politici imputati, la giustizia è ancora troppo rapida. Bisogna rallentarla un altro po’.

Segnalazioni

Roma, 3 settembre - ore 21
Dibattito in occasione dell'uscita del Bavaglio, il libro di Peter Gomez, Marco Lillo e Marco Travaglio, con introduzione di Pino Corrias.
Con gli autori interverranno Paolo Flores d'Arcais e Sabina Guzzanti.
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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 26 agosto 2008


Lo schema ormai è un classico. Al Tappone minaccia di impalare i magistrati. L'Anm insorge, il Pdl la accusa di essere al servizio della sinistra, il Pd invita Al Tappone a non compromettere il dialogo sulle riforme «ma anche» i magistrati a non arroccarsi su posizioni corporative. Poi arriva il Ghedini o l'Angelino Jolie di turno e dice che no, impalarli forse è troppo: si potrebbe garrotarli, come gesto di buona volontà. A quel punto saltano su i pontieri del Pd che elogiano le «aperture» dei «moderati» Ghedini o Angelino in vista di un sereno confronto sulla Giustizia.

È accaduto per il Lodo Alfano: Berlusconi blocca 100 mila processi, poi bontà sua si accontenta di bloccare i suoi e il Pd esulta per la grande «vittoria dell'opposizione». È riaccaduto l'altro giorno: Al Tappone, citando Falcone (che probabilmente gli è apparso in sogno), minaccia di abolire l'obbligatorietà dell'azione penale, separare le carriere e infilare qualche altro politico nel Csm. Poi Ghedini e la Bongiorno si accontentano di separare le carriere e politicizzare vieppiù il Csm. E subito dal Pd si levano voci per la riapertura del dialogo, mentre Latorre se la prende con l'Anm («esagera») e Violante addirittura propone di portare da 1 a 2 terzi i membri laici, cioè politici, del Csm (un terzo nominato dal Parlamento, un altro terzo designato dal capo dello Stato, che potrebbe presto essere Al Tappone: geniale). È l'eterna strategia rinunciataria e gregaria del «meno peggio» che - diceva Sylos Labini - prelude sempre a un peggio peggiore.

A parte la patologica ossessione del Cainano per la stessa parola Giustizia, non esiste alcuna ragione per modificare l'azione penale, il Csm e le carriere dei magistrati (fra l'altro già di fatto separate dalla demenziale controriforma Castelli-Mastella). Ma stavolta, per creare dal nulla un'emergenza che non esiste, si cita a sproposito il pensiero di Falcone, ignorando l'appello della sorella Maria a leggere quel che davvero diceva Giovanni. Per esempio i due discorsi, citati a sproposito in questi giorni, del 5.11.1988 e del 12.5.1990 (Fondazione Falcone, «Interventi e proposte», Sansoni, 1994). Falcone criticava le derive corporative del Csm e dell'Anm e chiede ai colleghi più «professionalità e competenza tecnica» per rendere un miglior servizio ai cittadini, difendere meglio «l'autonomia e l'indipendenza della magistratura» e attuare «i valori di uguaglianza e di solidarietà sanciti dalla Costituzione». Altro che manometterla. La figura del «giudice impiegato», con la sua «carriera ispirata a criteri di anzianità senza demerito», finisce col fare il gioco di quei «settori esterni alla magistratura che valutano questa figura di giudice-impiegato come funzionale a certi progetti politici, che non tengono in sufficiente conto il valore essenziale per la democrazia di un controllo di legalità efficace e rigoroso nei confronti di chiunque». Capito? Di chiunque. «L'affermazione ricorrente di taluni settori della politica circa la ormai completa attuazione della Costituzione - diceva Falcone - va nettamente respinta: i valori costituzionali sono quotidianamente posti in discussione» mentre «è più acuta l'insofferenza di certi settori dell'economia e della politica avverso il controllo di legalità». Col nuovo Codice di procedura, in arrivo di lì a un anno, Falcone sosteneva che il pm avrebbe dovuto specializzarsi con «una sua specifica professionalità, che lo differenzia necessariamente dalla figura del giudice». Ma «non si tratta di esprimere preferenze o timori per un pm dipendente dall'esecutivo o per carriere separate all'interno della magistratura; anche se su questi temi ci si dovrà confrontare al più presto con mente scevra da preconcetti per elaborare e proporre le scelte ritenute più idonee».

Due anni dopo, Falcone denunciava «la forte tentazione dei partiti di occupare anche l'area riservata al potere giudiziario» che «rischia di scardinare l'assetto costituzionale della divisione dei poteri» e un «progetto di delegittimazione della magistratura» con «attacchi e sospetti sui giudici antimafia», accusati di «pretese scorrettezze nella gestione dei 'pentiti'» e di essere «professionisti dell'antimafia». Poi tornava ad auspicare una formazione specifica per pm e giudici, la cui «autonomia e indipendenza» vanno «tutelate», anche se «in modo diverso». E citava «l'obbligatorietà dell'azione penale costituzionalmente garantita», proponendo di «ridiscuterla e approfondirla», ma in senso esattamente opposto a quello oggi in voga: «Negli Usa gli agenti sotto copertura (gli infiltrati, ndr), pur di raggiungere risultati utili alle indagini, possono commettere impunemente reati», mentre in Italia l'azione penale obbligatoria lo impedisce. Non, dunque, creare zone franche per i colletti bianchi, ma, al contrario, consentire a magistrati e poliziotti di incastrarli anche con agenti infiltrati. Così, chiudeva Falcone, «garantire la legalità - cioè la punizione dei colpevoli dopo un giusto processo - sarà una conquista autenticamente rivoluzionaria». Parole che, se Falcone non fosse morto, o se qualcun altro le ripetesse oggi, farebbero gridare allo scandalo e al giustizialismo. Tutto il resto sono balle

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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 23 agosto 2008

Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di “mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia”. Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga. Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’essere per questo che, quattro mesi fa, definì “eroe” Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono“matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, perché “per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche”, parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice “ammazzasentenze” che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente “i dioscuri” Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con “un livello di professionalità prossimo allo zero”, chiamava Falcone “quel cretino” e “faccia da caciocavallo”, aggiungeva “Io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “a me Falcone... non m’è mai piaciuto”, poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e “fregare qualche mafioso”. Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, a procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone.

Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier. Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici (“comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro”), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una “visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale”. Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione).

Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica. E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame.
(Vignetta di Molly Bezz)

Segnalazioni

Cosa disse davvero Falcone
- (da antimafiaduemila.com)

Lettera a Giorgio Napolitano contro il Lodo Alfano - di Enzo di Frenna


Streamit.it - la televisione ad alta definizione su web senza concessioni televisive

Il "consistente, ma non trasparente, ampliamento degli utili della Firenze Parcheggi e dei suoi soci privati"* - di Marco Ottanelli
*Letterale dalla sentenza della Corte dei Conti


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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 23 agosto 2008

Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di “mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia”. Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga. Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’essere per questo che, quattro mesi fa, definì “eroe” Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono“matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, perché “per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche”, parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice “ammazzasentenze” che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente “i dioscuri” Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con “un livello di professionalità prossimo allo zero”, chiamava Falcone “quel cretino” e “faccia da caciocavallo”, aggiungeva “Io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “a me Falcone... non m’è mai piaciuto”, poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e “fregare qualche mafioso”. Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, a procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone.

Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier. Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici (“comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro”), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una “visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale”. Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione).

Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica. E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame.
(Vignetta di Molly Bezz)

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Cosa disse davvero Falcone
- (da antimafiaduemila.com)

Lettera a Giorgio Napolitano contro il Lodo Alfano - di Enzo di Frenna


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Il "consistente, ma non trasparente, ampliamento degli utili della Firenze Parcheggi e dei suoi soci privati"* - di Marco Ottanelli
*Letterale dalla sentenza della Corte dei Conti


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Passeranno dalla cronaca alla storia questi giorni di giugno e luglio 2008. Li chiameranno: i giorni del bavaglio. Quando il Senato votava per interrompere il proesso del premier accusato dal Tribunale di Milano per la corruzione del testimone Mills e per farlo minacciava di fermarne altri centomila. In via d'urgenza. E in nome della sicurezza.
Quando la destra italiana, con nessuno scandalo della sinistra, anzi d'accordo, approvava il nuovo lodo Maccanico-Schifani-Alfano per garantire l'immunità alle più alte cariche dello stato. Quella del premier in particolare. In via d'urgenza. E in nome della sicurezza.
Quando la destra italiana, senza troppo scandalo della sinistra, anzi d'accordo, preparava le nuove leggi per vietare ai magistrati e agli investigatori l'uso delle intercettazioni telefoniche per un'allarmante sequenza di reati. Proibire in perpetuo la loro pubblicazione e quella di ogni altro atto giudiziario, anche per riassunto. Deliberare il carcere per i giornalisti e ingenti multe per gli editori. E in nome della sicurezza sospendere la libertà di stampa.
Ecco allora Il bavaglio, un libro contro le nuove leggi-vergogna e per far conoscere tutte le carte che la CASTA vuole nascondere ai cittadini. Prima che sia troppo tardi.
di Peter Gomez

Lunedì 21 luglio appuntamento a Milano con Pino Corrias, Peter Gomez, Bruno Tinti e Marco Travaglio per la presentazione del nuovo libro di Chiarelettere: Il bavaglio (autori: Marco Lillo, Peter Gomez, Marco travaglio, introduzione di Pino Corrias).
Camera del Lavoro, corso di Porta Vittoria, 43 - ore 21


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Vignetta di Molly Bezzdi Marco Travaglio
l'Unità, 18 luglio 2008

Ogni anno, nella ricorrenza della strage di via d’Amelio, si trova il modo di commemorare degnamente Borsellino e Falcone. Quattro anni fa l’estromissione dal pool antimafia palermitano dei loro amici e allievi prediletti. Due anni fa il reintegro in Cassazione del loro nemico giurato Corrado Carnevale. Ma quest’anno, va detto, il Csm si è superato. L’altro giorno è riuscito a nominare procuratore capo di Marsala il celebre Alberto Di Pisa, altro avversario irriducibile di Falcone, preferendolo ad Alfredo Morvillo, che di Falcone è pure il cognato e che ha dovuto lasciare l’incarico di procuratore aggiunto a Palermo per la scriteriata controriforma Castelli-Mastella. Di Pisa è prevalso al plenum per un solo voto perchè più “anziano” di Morvillo. Lo stesso motivo che nel 1989 indusse il Csm a nominare Antonino Meli a capo dell’ufficio istruzione di Palermo contro il più esperto ma più giovane Falcone. Lo stesso motivo che nel 1988 aveva indotto Leonardo Sciascia ad attaccare sciaguratamente Borsellino sul Corriere come ”professionista dell’antimafia”, per essere stato preferito a un collega più vecchio proprio come procuratore di Marsala. Ora, vent’anni dopo, l’anzianità torna a prevalere sul merito grazie ai laici del centrodestra, ai togati di MI e di Unicost e al soccorso rosso della laica Ds Tinelli (la quale ripete lo schema del compagno Curzi che, nel Cda Rai, aiuta il Pdl a salvare Saccà dal licenziamento).

Chi è Di Pisa? L’ex pm del pool Antimafia di Palermo che Falcone considerava l’autore delle lettere anonime del “corvo” nei mesi dei veleni a palazzo di giustizia. Lettere che accusavano Falcone e De Gennaro di manipolare i pentiti e di aver addirittura consentito a Totuccio Contorno di tornare a Palermo per assassinare i nemici della sua famiglia. Per quelle lettere, Di Pisa fu processato a Caltanissetta: condannato in primo grado perché un’impronta rinvenuta sulle lettere del corvo corrispondeva in molti punti con la sua, prelevata di nascosto dall’alto commissario Domenico Sica su una tazzina di caffè. In appello fu poi assolto perché quella prova fu giudicata inutilizzabile.
Dunque, per la legge, Di Pisa è innocente. Ma, anche dimenticando quella vicenda, restano e pesano come macigni le terribili accuse lanciate da Di Pisa a Falcone nell’audizione al Csm il 21 settembre 1989, quando fu chiamato a rispondere della sua fama di “anonimista” impenitente raccontata da alcuni colleghi (e subito dopo fu trasferito d'ufficio dal Csm per incompatibilità ambientale).

Quel giorno Di Pisa dichiarò quanto segue: “Disapprovo la gestione dei pentiti e i metodi d’indagine inopinatamente adottati nell’ambiente giudiziario palermitano (…), una certa concezione di intendere il ruolo del giudice e lo stravolgimento dei ruoli e delle competenze istituzionali (…), l’interferenza del giudice con la funzione dell’organo di polizia giudiziaria (…). Falcone prese contatti e impegni con le autorità americane a titolo non si sa bene come, concernenti provvedimenti di competenza della corte d’appello (....) Il GI (Falcone) si trasforma anche in ministro di Grazia e giustizia (…). Emerge la figura del giudice ‘planetario’ che si occupa di tutto e di tutti, invade le competenze, ascolta i pentiti e non trasmette gli atti alla Procura (…), indaga al di là di quello che è il processo (…). Una gestione dei pentiti familiare e gravemente scorretta, per non usare aggettivi più pesanti (…). Falcone portava i cannoli a Buscetta e Contorno (…), un rapporto confidenziale, una logica distorta tra inquirente e mafioso (…). Falcone fece pervenire tramite De Gennaro a Contorno e Buscetta i suoi complimenti per il modo sicuro in cui si erano comportati (al maxiprocesso, ndr). Voleva un ruolo passivo per il pm che assisteva agli interrogatori (…). La gestione dei pentiti e il contatto con gli stessi è stato sempre monopolio esclusivo del collega Falcone e di De Gennaro (…). Io avevo manifestato una differenziazione tra una posizione garantista e quella sostanzialista (di Falcone, ndr). Per carità, non voglio insinuare nulla, ma in tutti gli interrogatori dei pentiti, di Buscetta, di Contorno, di Calderone, non vi sono contestazioni: tutto un discorso che fila, mai un rilievo, mai una contraddizione fatta rivelare dall’imputato”.

E ancora: Di Pisa accusò Falcone di condotte “di inaudita gravità” e di “stravolgere le regole e le competenze istituzionali”, nonché di “intrecci e alleanze con i giornalisti”. Accuse che toccheranno, uguali identiche, ai successori di Falcone, cioè a Caselli e ai suoi uomini, ai quali verrà addirittura rinfacciata “l’eredità di Falcone”, divenuto - dopo morto ammazzato - un cadavere da gettare addosso a chi aveva raccolto la sua eredità. Ora si fa un altro passo indietro: si premia chi quelle accuse lanciava non a Caselli e agli altri pm antimafia che hanno avuto il torto di restare vivi, ma all’eroico Falcone. Del resto, oggi, il nuovo eroe è Vittorio Mangano.

Segnalazioni

Intercettazioni: un disegno di legge da riformare - di Armando Spataro (procuratore aggiunto a Milano)
 
19 luglio 2008 - 16 anni dopo: l'articolo di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco sull'agenda rossa di Paolo Borsellino

Da: Uguale per tutti
Grazie Luigi! di Felice Lima
Intellettuali, potere, opportunismo, giustizia di Achille

Al, un po' Tappone e un po' Nerone - la vignetta dell'Economist


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