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La prossima volta che i presidenti della Repubblica, del Senato e del Consiglio vorranno ricordare una vittima di Tangentopoli, si spera che ne ricordino una vera. Non un politico corrotto e latitante, ma un imprenditore onesto che veniva escluso dagli appalti pubblici perché non pagava mazzette nella Milano da bere e da mangiare. Si chiamava Ambrogio Mauri, abitava a Desio, in Brianza. Nell'aprile del 1997 si uccise con un colpo di pistola al cuore per protestare contro il sistema delle tangenti, a cui si era sempre ribellato. Aveva 66 anni. Lasciò la moglie, tre figli e un'azienda che da mezzo secolo costruiva autobus e tram esportandoli in tutto il mondo, ma a Milano era regolarmente esclusa dalle gare dell'Atm. Aveva il brutto vizio di non ungere i partiti.

Quando partì l'inchiesta Mani Pulite, che falcidiò anche i vertici dell'Atm, Mauri andò a testimoniare davanti al pm Antonio Di Pietro. Il quale poi, quando lesse della sua morte, si ricordò di lui e partecipò al suo funerale, disertato da tutte le autorità. "I dirigenti corrotti dell'Atm", ricorderà Di Pietro, "gli avevano fatto una serie di soprusi. Era una vittima del sistema e fu uno dei primi e dei pochissimi a collaborare spontaneamente. La testimonianza andò benissimo. Col tempo si creò un rapporto di stima e amicizia. Ci veniva a trovare in Procura, ci incoraggiava ad andare avanti. Ci diceva: meno male che c'è Mani Pulite, grazie al vostro pool sono tornato a credere nella giustizia. Si era illuso che potessimo ripulire l'Italia. Invece, dopo Tangentopoli, è scattata la vendetta".
Nel 1996 Mauri fu escluso anche dalla gara bandita dall'Atm per la fornitura di cento autobus. Pochi mesi dopo scrisse poche parole su un biglietto: "Dopo Tangentopoli tutto è tornato come prima". E una lettera alla moglie Costanza: "Tu sei il mio primo e ultimo bene. Forse, se fossi stato più malleabile, le cose sarebbero andate diversamente e non ti avrei dato tutti questi problemi. Il mio suicidio è l'atto finale del mio amore". E si sparò. Anziché inviare un messaggio di cordoglio alla famiglia o partecipare ai funerali, durante le esequie i vertici dell'Atm convocarono una conferenza stampa per rivendicare l'"assoluta trasparenza" dell'ultima gara. I figli, che non avevano mai collegato il gesto paterno a quell'appalto, parlarono di "excusatio non petita".

Ecco, la prossima volta che le verrà il trip di cambiare nome a un parco di Milano, la sindaca Letizia Moratti potrebbe dedicarlo ad Ambrogio Mauri. La prossima volta che Renato Schifani cercherà una "vittima sacrificale di Tangentopoli" da beatificare in Senato, potrebbe raccontare la storia di Ambrogio Mauri. La prossima volta che a Giorgio Napolitano scapperà la voglia scrivere alla vedova di un uomo trattato con "una durezza senza eguali", Giorgio Napolitano potrebbe rivolgerla a Costanza Mauri. Risparmierebbe pure sull'affrancatura: la signora non abita ad Hammamet, ma a Desio (Brianza, Italia). 
(Striscia di Fifo)

Segnalazioni

Tutti in piazza per salvare la Costituzione - Sabato 30 gennaio, sit-in del Popolo Viola in tutta Italia. L'intervista a Gianfranco Mascia su Micromega.

sitin

Commento del giorno
di Roland - lasciato il 29/01/2010 alle 14:56 nel post Vertigini Italia 
Il mondo alla rovescia: i comici diventano serissimi, i politici pagliacci involontari.



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fei

Pubblico qui di seguito un pezzo scritto da me e da Gianni Barbacetto sui rapporti tra Bettino Craxi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la corrente migliorista del partito comunista. È un tema storico-politco importante che nessun giornale, a parte Il Fatto Quotidiano, ha voluto affrontare. Mi piacerebbe conoscere che cosa sapevate di tutto questo e cosa ne pensate, soprattutto alla luce della lettera del Presidente alla vedova di Craxi. PG

Napolitano e i suoi miglioristi, così lontani e così vicini a Craxi

"Non dimentico il rapporto che fin dagli anni Settanta ebbi con lui... Si trattò di un rapporto franco e leale, nel dissenso e nel consenso che segnavano le nostre discussioni e le nostre relazioni”. “Lui” è Bettino Craxi. E chi “non dimentica” è Giorgio Napolitano, oggi Presidente della Repubblica. Nella sua lettera inviata alla vedova di Craxi a dieci anni dalla morte del segretario del Psi, il capo dello Stato sostiene che, nel “vuoto politico” dei primi anni Novanta, avvenne “un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”. A farne le spese fu soprattutto il leader socialista, per il peso delle contestazioni giudiziarie, “caduto con durezza senza eguali sulla sua persona”.

Il rapporto tra Craxi e Napolitano fu lungo, intenso e alterno. Naufragò nel 1994, quando Bettino inserì Napolitano nella serie “Bugiardi ed extraterrestri”, un’opera a metà tra la satira politica e l'arte concettuale. Ma era iniziato, appunto, negli anni Settanta, quando il futuro capo dello Stato si era proposto di fare da ponte tra l’ala “riformista” del Pci e il Psi. Negli Ottanta, Napolitano rappresentò con più forza l’opposizione interna, filo-socialista, al Pci di Enrico Berlinguer: proprio nel momento in cui questi propose la centralità della “questione morale”. Intervenne contro il segretario nella Direzione del 5 febbraio 1981, dedicata ai rapporti con il Psi, e poi ribadì il suo pensiero in un articolo sull’Unità, in cui criticò Berlinguer per il modo in cui aveva posto la “questione morale e l’orgogliosa riaffermazione della nostra diversità”.

È in quel periodo che la vicinanza tra Craxi e Napolitano sembra cominciare a farsi più forte. Tanto che nel 1984, il futuro presidente appoggia, contro il Pci e la sinistra sindacale, la politica del leader socialista sul costo del lavoro. Il mondo, del resto, sta cambiando. E in Italia, a partire dal 1986, cambiano anche le modalità di finanziamento utilizzate dai comunisti. I soldi che arrivano dall’Unione Sovietica sono sempre di meno. E così una parte del partito – come raccontano le sentenze di Mani pulite e numerosi testimoni – accetta di entrare nel sistema di spartizione degli appalti e delle tangenti. La prova generale avviene alla Metropolitana di Milano (MM), dove la divisione scientifica delle mazzette era stata ideata da Antonio Natali, il padre politico e spirituale di Craxi. Da quel momento alla MM un funzionario comunista, Luigi Miyno Carnevale, ritira come tutti gli altri le bustarelle e poi le gira ai superiori. In particolare alla cosiddetta “corrente migliorista”, quella più vicina a Craxi, che “a livello nazionale”, si legge nella sentenza MM, “fa capo a Giorgio Napolitano”. E ha altri due esponenti di spicco in Gianni Cervetti ed Emanuele Macaluso.
Per i “miglioristi” Mani Pulite è quasi un incubo: a Milano molti dei loro dirigenti vengono arrestati e processati per tangenti. Tutto crolla. Anche il loro settimanale, Il Moderno, diretto da Lodovico Festa e finanziato da alcuni sponsor molto generosi: Silvio Berlusconi, Salvatore Ligresti, Marcellino Gavio, Angelo Simontacchi della Torno costruzioni. Imprenditori che sostenevano il giornale – secondo i giudici – non “per una valutazione imprenditoriale”, ma “per ingraziarsi la componente migliorista del Pci, che in sede locale aveva influenza politica e poteva tornare utile per la loro attività economica”. Il processo termina nel 1996 con un’assoluzione. Ma poi la Cassazione annulla la sentenza e stabilisce: “Il finanziamento da parte della grande imprenditoria si traduceva in finanziamento illecito al Pci-Pds milanese, corrente migliorista”. La prescrizione porrà comunque fine alla vicenda.

Più complessa la storia dei “miglioristi” di Napoli, che anche qui hanno problemi con il metrò. L’imprenditore Vincenzo Maria Greco, legato al regista dell’operazione, Paolo Cirino Pomicino, nel dicembre 1993 racconta ai pm che nell’affare è coinvolto anche il Pci napoletano: il primo stanziamento da 500 miliardi di lire, nella legge finanziaria, “vide singolarmente l’appoggio anche del Pci”. E lancia una velenosa stoccata contro il leader dei miglioristi: “Pomicino ebbe a dirmi che aveva preso l’impegno con il capo-gruppo alla Camera del Pci dell’epoca, onorevole Giorgio Napolitano, di permettere un ritorno economico al Pci... Mi spiego: il segretario provinciale del Pci dell’epoca era il dottor Umberto Ranieri, attuale deputato e membro della segreteria nazionale del Pds. Costui era il riferimento a Napoli dell’onorevole Napolitano. Pomicino mi disse che già riceveva somme di denaro dalla società Metronapoli... e che si era impegnato con l’onorevole Napolitano a far pervenire una parte di queste somme da lui ricevute in favore del dottor Ranieri”.
Napolitano, diventato nel frattempo presidente della Camera, viene iscritto nel registro degli indagati: è un atto dovuto, che i pm di Napoli compiono con grande cautela, secretando il nome e chiudendo tutto in cassaforte. Pomicino, però, smentisce almeno in parte Greco, negando di aver versato soldi di persona a Ranieri e sostenendo di aver saputo delle mazzette ai comunisti dall’ingegner Italo Della Morte, della società Metronapoli, ormai deceduto: “Mi disse che versava contributi anche al Pci. Tutto ciò venne da me messo in rapporto con quanto accaduto durante l’approvazione della legge finanziaria... Il gruppo comunista capitanato da Napolitano ebbe a votare l’approvazione di tale articolo di legge, pur votando contro l’intera legge finanziaria”.
Napolitano reagisce con durezza: “Come ormai è chiaro, da qualche tempo sono bersaglio di ignobili invenzioni e tortuose insinuazioni prive di qualsiasi fondamento. Esse vengono evidentemente da persone interessate a colpirmi per il ruolo istituzionale che ho svolto e che in questo momento sto svolgendo. Valuterò con i miei legali ogni iniziativa a tutela della mia posizione”.

Alla fine, l’inchiesta finirà con un’archiviazione per tutti. Anche Craxi, quasi al termine della sua avventura politica in Italia, aggiungerà una sua personale stoccata a Napolitano. Nel suo interrogatorio al processo Cusani, il 17 dicembre 1993, dirà, sotto forma di domanda retorica: “Come credere che il presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli Esteri del Pci e aveva rapporti con tutta la nomenklatura comunista dell’Est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del Pci e i paesi dell’Est? Non se n’è mai accorto?”. Fu la brusca fine di un dialogo durato due decenni. E riannodato oggi con la lettera inviata da Napolitano alla moglie dell’antico compagno socialista.
(Striscia di Fei)

Segnalazioni

Italia: un paese unito dal razzismo - (The Guardian, UK - 10 Gennaio 2010)
Traduzione a cura di Italiadallestero.info

Commento del giorno
di Sabry86 - utente certificato - lasciato il 20/1/2010 alle 16:13 nel post Mangano e Craxi i loro eroi
Questa seconda Repubblica è l'epopea degli Antieroi, un'epoca in cui bisogna adottare una logica rovesciata per immedesimarvisi o se non altro per cercare di capirne la logica... Ammesso che vi sia una logica di fondo.


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Signornò
da l'Espresso in edicola


Tra le fumisterie politichesi che precedono il decennale della morte di Bettino Craxi, nessuno è ancora riuscito a dare una risposta sensata a una semplice domanda: perché bisognerebbe riabilitarlo? Secondo Piero Fassino, "al di là delle responsabilità penali, a dimensione giudiziaria ha sovrastato a riflessione politica". Come se non fosse un fatto politico gravissimo che un presidente del Consiglio infranga le leggi che lui stesso pretende di imporre agli altri. Fassino definisce Craxi "un capro espiatorio" perché "il problema del finanziamento illegale non riguardava solo il Psi, ma l'intero sistema politico". Se le parole hanno un senso, sta confessando di essere stato complice del "problema": cioè di un reato.

Filippo Penati definisce Craxi "un grande statista", ma statista deriva da Stato: quanti Stati esistono in Italia, se uno condanna un corrotto e un altro lo celebra come statista? Bobo, figlio d'arte, parla di "pacificazione", ma non spiega chi dovrebbe far la pace con chi: le guardie con i ladri? I ladri con i derubati? Il ministro degli Esteri Franco Frattini andrà addirittura in pellegrinaggio ad Hammamet: è lo stesso Frattini che protesta perché qualcuno, in America, critica la condanna di Amanda Knox a Perugia. Ma come può un governo invocare il rispetto della giustizia italiana se i suoi ministri sono i primi a delegittimarla? Letizia Moratti paragona le condanne di Craxi a quelle di Garibaldi e Giordano Bruno, come se questi intascassero tangenti miliardarie su conti svizzeri. Paolo Franchi, sul 'Corriere della Sera', sostiene che Craxi non si assoggettò alla giustizia perché "erano tempi in cui non si facevano prigionieri". In realtà Craxi doveva finire in carcere per scontare due condanne definitive a 10 anni emesse da un regolare tribunale al termine di regolari processi.
Per Carlo Tognoli, pure lui pregiudicato, è ora di "riscrivere la storia" perché "è falso che la classe politica fosse totalmente corrotta". Ma che rubassero tutti lo disse proprio Craxi alla Camera: mentiva Craxi o mente Tognoli? Carlo Ripa di Meana definisce Craxi "un gigante fra i lillipuziani", mentre "Mani Pulite non portò alcuna redenzione": ma le indagini giudiziarie servono a punire chi commette reati, non a impedire che altri ne commettano. Ripa paragona Craxi a Kohl. Forse gli, sfugge che dieci anni fa il patriarca della Germania unita fu indagato per i fondi neri della Cdu, ammise di aver incassato 1 milione di euro in nero, si scusò in lacrime, lasciò la presidenza del partito, pagò 300 mila marchi per chiudere il suo processo, ipotecò la casa e raccolse 3 milioni di euro per risarcire la multa pagata a causa sua dalla Cdu. Due mesi fa la sua erede Angela Merkel l'ha escluso dalle celebrazioni per i 10 anni dalla caduta del muro di Berlino. A proposito di giganti e di nani.

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Commento del giorno
di TheGianlucaTV - utente certificato - lasciato il 7/1/2010 alle 22:6 nel post Vomitate, gente, vomitate
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, presente al vertice a Reggio Calabria, ha spiegato che "la parola ‘ndrangheta sarà inserita nei testi di legge dello Stato...Vogliamo colmare così una lacuna nella legislazione nazionale, in cui fino adesso si è citata soltanto la mafia.
Ecco perché fino ad ora non avevano fatto nulla per combatterla, non capivano cosa fosse!



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di Peter Gomez e Marco Travaglio
da l'Espresso in edicola


Nessuna talpa. Nessuna fuga di notizie. Nessuna soffiata. Dietro la  decisione dell’allora ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, di trasferire a Roma nell’estate del 2007 il provveditore alle Opere pubbliche Campania-Molise, Mario Mautone, oggi agli arresti domiciliari per la Tangentopoli napoletana, c'è solo il lavoro di 15 militari della Guardia di Finanza. Una squadra diretta da uno degli uomini simbolo della Mani Pulite milanese: il capitano Salvatore Scaletta, celebre segugio di corrotti e corruttori, scelto da Di Pietro come capo dell’Alta sorveglianza grandi opere del ministero. È questa la rivelazione più importante contenuta in un memoriale di 17 pagine che il 15 gennaio il leader dell’Italia dei Valori ha consegnato durante la deposizione davanti ai pm di Napoli, insieme a un plico di documenti. Carte che, secondo Di Pietro, attestano la correttezza della sua attività. E sciolgono il mistero del figlio Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso, che dall’agosto 2007 smise di parlare al telefono con Mautone. Non perché avvertito delle intercettazioni, ma semplicemente perché da allora il suo referente istituzionale non era più Mautone, ma il suo sostituto.

Mani pulite al ministero
Il memoriale racconta le decine di indagini di Scaletta & C: da quelle, in tendem con le Procure antimafia di Reggio Calabria e Caltanissetta, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nei cantieri della Salerno-Reggio (società Condotte) e sui fondi neri in odor di mafia della Calcestruzzi, all’istruttoria sul Tav Milano-Torino (gruppo Gavio) trasmessa alla Corte dei conti. Ma soprattutto illustra i motivi che indussero Di Pietro a trasferire Mautone e a “punire” altri dirigenti finiti nel mirino di Scaletta: i provveditori alle opere pubbliche di Lombardia-Liguria, Lazio-Abruzzo-Sardegna e Piemonte-Val d´Aosta (fatti rientrare a Roma), il presidente Anas Vincenzo Pozzi (cacciato con tutto il Cda e denunciato alla Corte dei conti e alla Procura di Roma), tre direttori generali (non riconfermati) e un plotone di commissari straordinari (licenziati perché inutili e costosi: percepivano 800 mila euro l’anno). Di Pietro smentisce di aver mai chiesto a Bassolino, come scritto da alcuni giornali, di nominare Mautone assessore regionale. Sottolinea che non risulta una sola sua telefonata col dirigente. E svela di averlo non solo trasferito, ma persino denunciato due volte, alla Procura di Isernia e all’ispettorato del ministero, per storie di appalti.

"Perché cacciai Mautone"
«Su Mautone», scrive Di Pietro, «venni in possesso di informazioni che, sebbene generiche e non riscontrabili, ponevano in dubbio la correttezza del suo operato. Valutai la sua lunga permanenza a Napoli (ha fatto in quella sede tutta la carriera, fin da dirigente di 2ª fascia). E lo trasferii alla sede centrale, affidandogli una Direzione generale, funzione pari a quella già ricoperta, come impone la legge». La decisione arriva nel luglio 2007, quando «l´Alta sorveglianza mi informò di un esposto vago e generico che poneva gravemente in dubbio l´operato dell´ing. Mautone. Incaricai il responsabile del Servizio di acquisire ulteriori informazioni. Questi mi riferì che, pur non avendo potuto riscontrare le accuse, Mautone era "chiacchierato"». A fine anno, altro esposto: «Mautone, docente universitario a Napoli, avrebbe organizzato un sistema illegale presso l´ateneo. Inviai la missiva al capo di gabinetto,al direttore del Personale e al responsabile Alta sorveglianza». Intanto, fin dai primi del 2007, «diversi esposti segnalavano situazioni di illegalità diffusa nel settore appalti al Sud, specie in Campania (cartelli d´imprese in grado di truccare gare d´appalto; lavori per il nuovo ospedale del mare di Napoli, 500 alloggi di edilizia residenziale agevolata per la polizia di competenza del provveditorato di Napoli... presunti illeciti nella ricostruzione post-terremoto in provincia di Isernia, etc.). Inviai un copioso dossier al procuratore di Isernia, offrendo collaborazione alle indagini». Nel marzo 2008 si sospetta che «il bando di gara per la progettazione del nuovo comando della Guardia di Finanza di Catanzaro, indetto dalla direzione generale Edilizia statale (retta da Mautone) non sarebbe stato pubblicato sul sito Internet del ministero: istituii una Commissione ispettiva», che alla fine dissipò i sospetti. Ma, prima che finisca l´ispezione, arriva il governo Berlusconi. E il ministro Altero Matteoli manda via  Scaletta.

Un ministro inavvicinabile
Durante la deposizione alla procura di Napoli, Di Pietro scopre di aver aiutato le indagini a fare il salto di qualità, senza saperlo. A fine luglio 2007, quando ormai il trasferimento è ufficiale, i telefoni di Mautone, amici e parenti (fino ad allora abbottonatissimi) impazziscono. E i Mautone Boys iniziano a parlare apertamente degli appalti e favori che rischiano di saltare con la dipartita del loro santo patrono. Parte la ricerca frenetica di qualcuno che vada dal ministro e lo convinca a ripensarci. Ricerca vana: nessuno osa affrontare Di Pietro, e al telefono si ascoltano frasi del tipo: «Quello è capace di chiamare i carabinieri e farti arrestare...». L'ultima telefonata fra Mautone e Cristiano, il 31 luglio 2007, è emblematica. Il primo informa di essere stato trasferito, il secondo cade dalle nuvole: «Non ne sapevo nulla, mio padre non mi ha detto niente». Da allora, nessun´altra conversazione fra i due. Sfuma pure l´idea della signora Mautone di salvare il marito "ricattando" Di Pietro jr.: anche perché, dice lo stesso dirigente agli amici, «Cristiano non sa niente, non conta niente». Infatti il figlio del ministro prende a parlare delle stesse opere in Molise con Alessio Venuta, che ha sostituito Mautone al Provveditorato. Dunque, secondo Di Pietro, anche Cristiano aveva con Mautone un rapporto "istituzionale". E nemmeno lui sapeva dell´indagine. Ricorda Cristiano: «A Natale mandai un sms di auguri a Mautone. Non l´avrei fatto se avessi saputo che era indagato».

Indagini in proprio
Di Pietro ha chiesto al figlio e ai dirigenti campani dell´Idv di spiegare in «memorie esplicative» le loro telefonate con Mautone, di documentare parola per parola e di segnalare gli eventuali carichi pendenti e le inchieste a carico. Su quella base il partito deciderà la loro sorte, ma tutti dovranno presentarsi in Procura a chiarire. La memoria di Cristiano è già nelle mani del padre: vi si parla delle raccomandazioni fatte a Mautone perché desse lavoro a giovani professionisti molisani, ma anche delle telefonate che gli inquirenti ritengono "ambigue" in materia di appalti, ragion per cui l´hanno iscritto nel registro degl´indagati. Il 18 aprile 2007 Di Pietro jr. segnala a Mautone, annotano gli investigatori, «quella cosa del geologo di mandargli le notizie via fax»: cioè il curriculum di un giovane geologo di Larino, che poi non ebbe incarichi. L’8 giugno chiede di «far avere qualcosa su Bologna» a un giovane ingegnere molisano, anche lui poi rimasto a bocca asciutta (diversamente dalla moglie). Per il resto, sostiene Cristiano, solo «segnalazioni istituzionali», per la sicurezza in un cantiere e per far lavorare elettricisti della zona nella caserma di Termoli. Sospetti hanno destato tre conversazioni del giugno-luglio 2007 a proposito dei restauri da 50 mila euro della chiesa di Montenero di Bisaccia. Mautone, pur potendo affidarli a trattativa privata, «preferisce evitare trattandosi di Montenero», paese natale del ministro. E bandisce la gara. Cristiano: «Bella idea, così diamo lavoro al locale». Poi «Mautone rappresenta che è arrivata la domanda di quel signore (l´impresa Gentile, ndr) che ha fatto il ribasso al 7 per cento e lui ha ritenuto di alzarlo al 10». Di Pietro jr.: «Ottimo... ci penso io». Favori all´impresa per l´appalto? Al contrario, sostiene Di Pietro: Mautone impone un ulteriore ribasso sul prezzo finale (10 per cento contro il 7 offerto dalla ditta). E il figlio annuncia che informerà il sindaco e il parroco, felice perché con quei 50 mila euro si potranno finanziare più lavori del previsto.

La talpa anti-Di Pietro
Quando seppe Di Pietro delle indagini su Mautone? «Il 23.9.2008 dall'agenzia Il Velino, che citava come fonte il senatore Sergio De Gregorio». Insomma la talpa tra gli investigatori c'era. Ma, per l’ex pm, lavorava contro di lui. Il depistaggio mediatico per dirottare l´attenzione lontano dal clan trasversale Pd-Pdl al seguito di Mautone e Romeo, e concentrarla su Di Pietro e famiglia, era cominciato.

Segnalazioni

28 gennaio: in piazza a per la giustizia
Roma, piazza Farnese - ore 9
Parteciperà Marco Travaglio
Salvatore Borsellino: Resistere, resistere, resistere
"Tutti a Roma contro questo attacco ignobile alla Costituzione e all'indipendenza della magistratura. Per difendere i valori per i quali Paolo Borsellino ha affrontato senza paura la morte".
Carlo Vulpio: Calpestata la legalità costituzionale
L'inviato del Corriere della Sera - al quale è stata sottratta la copertura giornalistica del caso Why Not - spiega a MicroMega perchè parteciperà alla manifestazione di Roma.

Un colpo alla mafia ed uno alla sedia - Lettera dei Giovani di CittàInsieme sulla presenza di politici indagati e condannati all'interno della Commissione Antimafia dell'Assemblea Regionale Siciliana
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Vignetta di GavaveneziaZorro
l'Unità, 24 dicembre 2008


Ernesto Galli della Loggia è sgomento. Non per la corruzione che riemerge da tutte le parti, ma per il pericolo che torni Mani Pulite. Cioè che l’Italia ripiombi nella stagione felice in cui la legge era uguale per tutti: “Politica, stampa e opinione pubblica devono promettere che non sarà come all'epoca di Mani Pulite”. “La tentazione di ripetere quel copione fa continuamente capolino”, ma guai a “ripetere gli errori commessi allora”. In effetti allora c’era uno sfegatato giustizialista che, sulla Stampa e sul Corriere, scriveva cose del tipo: “Sciogliere le Camere per mettere i partiti con le spalle al muro della volontà popolare” (17-6-92). “Tutti hanno rubato”, c’è una ”propensione all’illegalità finanziaria del sistema politico” e di “settori importanti dell’imprenditoria privata” (9-5-92). “E’ inverosimile che le segreterie romane non sapessero nulla e non ricevessero parte del prelievo tangentizio (il non voler sapere è un modo di sapere)… I partiti sono combriccole di malandrini” (17-6-92). “Le risultanze delle inchieste delineano una situazione sostanzialmente vera, su cui è possibile esprimere giudizi” senza “aspettare che i fatti vengano accertati da una sentenza”, a prescindere dal “principio della presunzione d’innocenza” (19-6-92). “E’ già molto se, dopo gli estenuanti e annosi riti giudiziari, gli indulti, le amnistie, i patteggiamenti, e gli arresti domiciliari, alla fine si riesce a mandare in galera qualcuno per un lasso di tempo non proprio ridicolo” (19-6-93). “E’ tempo che il capitalismo italiano torni sotto l’imperio della legge” (13-8-93). Il suo nome, guarda un po’, era Ernesto Galli della Loggia.
(Vignetta di Gavavenezia)

Segnalazioni


Socrate e De Filippo: Lettera delle associazioni della Basilicata in merito alla politica coinvolta nell'affare petrolio

Letterina di Natale - il video di Roberto Corradi

Aiutati che il ciel ti aiuta - di Carlo Cornaglia
Se sei sempre più incazzato
perché il mondo ha rovinato
quello squallido caimano,
se il pontefice romano
  
ogni giorno da quel soglio
innalzando un nuovo scoglio
ti fa balenar l’inferno
che ti brucia al fuoco eterno...
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Vignetta di Roberto Corradil'Unità, 21 ottobre 2008

Gentile direttore, ai sensi della legge sulla stampa le chiedo di rettificare l'affermazione diffamatoria scritta da Marco Travaglio nel suo articolo a pagina 11 dell'Unità di venerdì 17. Dopo avermi definito «biondo mechato» (falsità trascurabile) egli scrive che io avrei subito «una caterva di processi persi, con abbondanti risarcimenti dei danni ai pm di Mani pulite per le balle diffamatorie che lui rovescia loro addosso da una vita». Ebbene, il mio casellario giudiziale non riporta nessuna (ripeto: nessuna) condanna penale da parte dei pm di Mani Pulite. L'unico risarcimento che compare nel mio casellario, inoltre, per decisione del tribunale di Trento, è un modesto risarcimento a beneficio dell'avvocato Giuseppe Lucibello per quanto scrissi in un mio libro del 1997.
Filippo Facci


Ai sensi della legge sulla stampa, mi felicito per l’intuito di Facci che, mai nominato nel mio articolo, s’è riconosciuto nel “biondo mechato” e nella “Yoko Ono di Craxi”. Si vede che è fisionomista. Purtroppo è altrettanto smemorato sulle sue cause perse e i suoi processi penali. Finora non ho mai voluto usare, per polemizzare con questo o quel collega (o sedicente tale), i processi per diffamazione. So bene, anche sulla mia pelle, che sono incerti del mestiere poco rilevanti (salvo che riguardino parlamentari: nel qual caso, se le sentenze non sanzionano legittime opinioni, ma falsità conclamate, è giusto che gli elettori sappiano). Anche perché, per smontare le balle di chi mente sapendo di mentire, non c’è bisogno delle sentenze: basta conoscere i fatti. Come quando Facci venne ad Annozero a sostenere che Mangano non era mai stato condannato per mafia: fui costretto a rammentargli che era stato condannato in due processi istruiti da Falcone e Borsellino a 13 anni di reclusione per associazione a delinquere con la mafia e traffico di droga.

Ma ora, visto che il mèchato naturale ci tiene tanto, mi corre l’obbligo di rinfrescargli la memoria. Il suo casellario giudiziale non riporta “un modesto risarcimento”. Riporta una condanna penale definitiva per il reato di diffamazione per il libro “Di Pietro, biografia non autorizzata” (Mondadori), a 500 mila lire di multa e 10 milioni di provvisionale, più le spese, decisa dalla Cassazione il 20 novembre 2002. Dunque il Facci che l’altro giorno mi dava del “pregiudicato” (falsamente: la mia condanna è solo in primo grado) è, lui sì, un pregiudicato. Quanto al “modesto risarcimento”, Facci non pagò i 25 milioni di provvisionale inflittigli in primo grado, anzi scrisse sul Foglio che li avrebbe spesi “in droga, orge, donne, financo uomini, piuttosto che darli a Lucibello”. Così si vide pignorare pure il Bancomat. E, nella successiva causa civile persa in primo grado, dovette pagare (lui o, più probabilmente la Mondadori, cioè Berlusconi) altri 50 mila euro all’avvocato diffamato, più 10 mila di spese legali e riparazione pecuniaria. Alla faccia del “modesto risarcimento”.

Quando, nel processo penale, il pm gli domandò dove avesse tratto le notizie diffamatorie sul lavoro di Lucibello a Vallo della Lucania, lui tentò di sostenere che il suo era “giornalismo di costume”, “descrizione pittoresca” di “fatti comici”; ma poi, messo alle strette, il presunto comico dovette ammettere: “Non ho svolto un approfondimento particolarmente intenso…mi sono rifatto a un paio di racconti e alla pubblicistica peraltro scarsa… qualcosa ho letto, qualcosa mi è stato detto, dovrei fare una disamina parola per parola…non sono mai andato a Vallo della Lucania”. Poi concluse che quel “passaggio non lo giudicherei diffamatorio neanche se fosse falso”. Il pm, allibito, domandò: “Ma lei ha fatto verifiche sul passato dell’ avv. Lucibello?”. Risposta: “Non so cosa significhi ‘verifica del passato’…”. Un figurone.

Altri 10 mila euro di danni il nostro ometto ha sborsato (lui o il suo santo protettore) in sede civile a Enzo Biagi, per averlo insultato sul Giornale dopo che era stato cacciato dalla Rai, già molto anziano e malato, chiamandolo “il non-giornalista per tutte le stagioni” e accusandolo di confezionare “insulsi brodini” e “insipide sbobbe” (sentenza del Tribunale di Milano, 12 luglio 2006, non appellata e dunque definitiva).

Poi c’è una sfilza quasi interminabile di processi persi, in sede civile e penale, contro il pool Mani Pulite, che era solito diffamare a maggior gloria della sua carriera nel gruppo Fininvest. Se non sono giunti in Cassazione, e talora nemmeno a sentenza, è per un motivo molto semplice: Facci (anzi, il suo spirito guida) è solito pagare subito il risarcimento dei danni, ottenendo la rimessione delle querele. Lui dice che le transazioni avvengono regolarmente “senza il mio consenso”: segno che qualcuno decide e paga per lui (indovinate un po’ chi), anzi forse lo paga per diffamare. Ma poi, in calce alle lettere con le richieste di transazione ai denuncianti e le promesse di pagare i danni, compare regolarmente la firma autografa di Facci. Che firmi in stato di letargo? Non si tratta, beninteso, di opinioni negative sul Pool, magari orrende, ma legittime. Si tratta di balle a getto continuo, sempre all’insegna del motto professionale: “Verifica? Non so cosa significhi”. Per esempio le cause intentategli dagli ex pm Di Pietro (rimborsato tre volte in via transattiva), Davigo (idem, tre volte), e poi ancora Colombo e Ielo. Per una diffamazione contro Borrelli, Facci fu condannato in primo grado e in appello, poi in Cassazione lo salvò la prescrizione, ma il risarcimento danni fu confermato e pagato.

Facci subì poi due processi, uno penale e uno civile, su denuncia dell’ex gip Andrea Padalino, diffamato a proposito del processo Caneschi. Nel primo, Facci fu condannato a 3 mesi e 30 milioni dal Tribunale di Brescia per un articolo sul Giornale in cui aveva - scrivono i giudici - “dolosamente sottaciuto o colposamente ignorato” fatti decisivi per la ricostruzione del caso e scritto “evidenti elementi di falsità”, anche perché le sue fonti erano “unicamente… la parte in causa: la famiglia Caneschi” e il suo avvocato. Nel processo civile Facci fu condannato definitivamente dalla Cassazione a rifondere 70 milioni di lire di danni per il libro “Presunti colpevoli” (Mondadori): “difetta - scrivono i giudici - sicuramente la verità delle notizie pubblicate”, visto che Facci è autore di “pura invenzione fantastica” e “finge di ignorare” i fatti veri “al fine evidente di seppellire il Padalino sotto un cumulo di ardimentosi equivoci, volti a minarne la credibilità… L’intento dell’Autore... si rivela precisamente quello di delegittimare il singolo magistrato… Il narratore si colloca all’interno dei Palazzi di Giustizia, ma non come un cronista obiettivo, e tanto meno come un ‘comune cittadino’, bensì come un abile sfruttatore di quelle innegabili anomalie del sistema, da cui trarre e alimentare l’onda della sfiducia verso la serietà del singolo operatore della giustizia, attraverso una trama sottile di espressioni calunniose … La diffamazione così perpetrata costituisce reato poiché la coscienza e la volontà del Facci di diffondere quella congerie di notizie inveritiere è fuori discussione”. Un bel ritrattino. Anche i giudici, evidentemente, sono fisionomisti.
(Vignetta di Roberto Corradi)

Precisazione:
Nella puntata di Annozero del 19 aprile scorso, Facci non disse che Mangano non era mai stato condannato, anzi lo definì "mafioso", anche se difese Berlusconi che in quei giorni aveva raccontato la superballa. Poi però dimostrò di sapere ben poco della vicenda del presunto "stalliere": infatti scrisse sul Giornale che la famosa telefonata Mangano-Dell'Utri, a proposito di un certo "cavallo", "non vi fu mai". Invece vi fu eccome: fu intercettata dalla Criminalpol il 14 febbraio 1980 alle ore 15.44. Lo sa bene chi ha seguito il processo Dell'Utri, dove i pm ne fecero ascoltare l'audio e ne depositarono la trascrizione letterale. (m.trav.)

Segnalazioni

Siccome molti amici del blog mi chiedono notizie precise sulla gestione dei fondi dell'Italia dei Valori e sulle polemiche per alcuni investimenti immobiliari fatti da Di Pietro, mi sono procurato la sentenza del tribunale di Roma che ha archiviato le denunce subite dal leader dell'Italia dei Valori da parte di un ex dirigente del suo partito. Buona lettura. mt

Giustizia, sanzione, vendetta/2 - il nuovo post da Toghe rotte, la rubrica sulla giustizia di Bruno Tinti

Salviamo i diritti all'integrazione e allo studio dei cittadini diversamente abili

I video di Qui Milano Libera - Walter Veltroni in fuga

Gomorra
- di Carlo Cornaglia
Minacciosa è la camorra
con l’autore di Gomorra
che col libro in campo scese
perché fosse ben palese
  
che ormai molti territori
sono in mano a lor signori
e lo Stato se ne frega.
Lo scrittor Saviano spiega...
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commenti


Foto di Ganga_Dessin da flickr.comOra d'aria
l'Unità, 7 giugno 2008


Nel paese dove il capo del governo smentisce una legge firmata da lui definendola “medievale”, poi dice che parlavo “a titolo personale” quasi fosse un passante, dunque la legge rimane anche se non ha senso ed è medievale, si può dire di tutto. E anche scriverlo. “Il Giornale” della ditta, che pare l’inserto umoristico di “Geppo” e “Tiramolla”, quando si tratta di baggianate non si tira mai indietro. Ieri per esempio quello biondo con le mèches, in un editoriale di alta politologia, se la prendeva con le “canaglie razziste” le quali sostengono che Renato Brunetta è piccolo, e per estensione con chiunque insinui che il Cainano è basso (mentre, a suo dire, sarebbe addirittura “alto come Prodi”, non si sa se coi trampoli o coi tacchi a spillo).

Giusto. Rettifichiamo volentieri anche per conto terzi: Brunetta è un corazziere, il Cainano è un watusso coi boccoli alla Shirley Temple, e quello biondo con le mèches che scrive sul Giornale è un giornalista. Sempre sul supplemento di Tiramolla compare un’intera pagina a firma Geronimo, noto nei migliori penitenziari come Paolo Cirino Pomicino, dal titolo decisamente impegnativo: “La verità su Mani Pulite: Scalfaro si piegò ai pm”. Visto l’autore, c’era da attendersi piuttosto un titolo del tipo: “La verità su Mani Pulite: ecco come intascai 5,5 miliardi di lire dalla Montedison e ne girai una parte a Salvo Lima”. Oppure: “La verità su Mani Pulite: ecco come fui condannato per finanziamento illecito e patteggiai per corruzione sui fondi neri Eni”.

Invece no: il noto pregiudicato ce l’ha con Scalfaro, che all’epoca osava persino non rubare. Pomicino scrive falsamente che i fondi neri del Sisde “non gli furono mai contestati” perché da Presidente aveva “assecondato la Procura di Milano”. Balle: del Sisde s’occupava la Procura di Roma, che regolarmente indagò Scalfaro per abuso d’ufficio al termine del suo mandato e poi archiviò tutto perché non riscontrò alcun reato, come del resto aveva fatto per altri ex ministri dell’Interno (Cossiga e Mancino).

Ma cogliamo fior da fiore dalla “verità” pomicina: “Amato ha finalmente avuto il coraggio di definire ‘riprovevole’ l’uscita televisiva del pool Mani pulite contro la depenalizzazione del finanziamento illecito…”. Falso: non vi fu alcuna uscita televisiva del pool; solo un comunicato letto da Borrelli per smentire la bugia di Amato, cioè che il decreto Conso l’avesse chiesto il pool. “Amato inviò Francesca Contri da Borrelli per avere un suo placet sul provvedimento e lo ottenne”. Falso: a parte che la Contri si chiama Fernanda, sia lei sia Borrelli han sempre smentito. Con quel decreto, per Pomicino, “il pool non avrebbe potuto più arrestare per finanziamento illecito”. A parte il fatto che il pool non arrestava nessuno (era ed è compito del gip), nessuno fu mai arrestato per finanziamento illecito, perché la legge non lo consente: gli arresti erano per corruzione, concussione, falso in bilancio e così via.

“La mattina di domenica 7 marzo ‘93 ci fu in diretta tv la minaccia ’democratica’ del pool delle proprie dimissioni dinanzi all’eventuale promulgazione del decreto”. Altra superballa: l’anziano ras andreottiano in preda ai vuoti di memoria, confonde quel che accadde il 7 marzo ’93 (decreto Conso, governo Amato) con quel che successe il 14 luglio ‘94 (decreto Biondi, governo Berlusconi I). Sul decreto Conso parla solo Borrelli (naturalmente non “in diretta tv”: legge un comunicato ai giornalisti) per dire che il Parlamento e il governo sono “sovrani”, i pm obbediranno alla legge “quale che sia”, ma non si dica che il decreto l’han chiesto loro perché è falso. Nessun accenno a dimissioni. Sul decreto Biondi parla Di Pietro circondato dai colleghi Davigo, Colombo e Greco. Borrelli non c’è: l’iniziativa è dei sostituti che gli chiedono di esonerarli dalle indagini su Tangentopoli, visto che per quei reati il decreto vieta il carcere preventivo (ma non per gli altri, creando imputati di serie A e serie B) e agevola le fughe e gli inquinamenti di prove (dopodichè Fini e Bossi costringono Berlusconi a ritirare la porcata).

Ora la memoria può tradire, selettivamente, Pomicino. Ma non dovrebbe tradire un giornale degno di questo nome. Infatti Il Giornale ha preso per buone le balle pomicine sul decreto Conso del 1993, le ha intitolate ”tutta la verità” e le ha illustrate con una megafoto della conferenza stampa del Pool contro il decreto Biondi (1994) con questa didascalia: “Il documento: un’immagine della conferenza stampa in cui Di Pietro bocciò il decreto del governo Amato”. Ecco. Pomicino mente con pensieri, opere e omissioni. Il Giornale mente pure con le foto.

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