.
Annunci online

abbonamento
177
commenti


fifo

da Il Fatto Quotidiano, 20 luglio 2010

Tra pochi giorni defungerà il peggior Consiglio superiore della magistratura della recente storia italiana. Quello che, salvo rare eccezioni, anziché fare pulizia del marciume che infesta il potere giudiziario, ha assecondato le cricche e le lobby, le vecchie P2 e le nuove P3, eliminando magistrati che avevano osato sfiorare o toccare i santuari intoccabili del potere. Che cioè, magari con qualche errore umano, avevano interpretato fino in fondo la Costituzione repubblicana. Come la Forleo, De Magistris, i pm salernitani Apicella, Nuzzi e Verasani.

Ora sta per insediarsi il nuovo Csm: i membri “togati” sono stati appena eletti dai magistrati, mentre gli otto “laici” attendono che il Parlamento si decida a nominarli. Ieri, molto opportunamente, il presidente della Repubblica (e del Csm) ha invitato le Camere a spicciarsi e il Csm morente ad astenersi dall’occuparsi dello scandalo della P3. Sarebbe curioso se, a rimediare allo scandalo, fossero attuali consiglieri che s’intrattenevano al telefono o al bar col geometra irpino Pasqualino Lombardi e altri pitreisti. È semplicemente incredibile che il vicepresidente (fortunatamente uscente) Nicola Mancino dichiari alla Stampa che, sì, Pasqualino gli fece pressioni dirette e indirette perché votasse Alfonso Marra a capo della Corte d’Appello di Milano, ma lui non le ascoltò. Poi però votò proprio per Marra, pur sapendo che quei faccendieri si stavano mobilitando per lui. E si guardò bene dal denunciare quel che facevano, pur avendo rivisto il geometra Pasqualino addirittura all’inaugurazione dell’anno giudiziario e avendo pensato che l’avesse invitato l’altro amico, Vincenzo Carbone, primo presidente della Cassazione.

Lo scandalo ricorda un altro momento buio della storia del Csm, quando “qualche giuda” – come disse Paolo Borsellino – tradì Giovanni Falcone e propiziò l’avvento di Antonino Meli alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo, che ne uscì smantellato. Montanelli scrisse più volte che, per essere un organo di autogoverno e non di eterogoverno, il Csm dovrebbe essere formato interamente da magistrati. Occorrerebbe una riforma costituzionale, per cacciarne i politici. Ma, per riscoprire il significato vero della composizione mista voluta dai padri costituenti, si potrebbe tornare a nominare come membri laici personalità di provata indipendenza, pescandole nel mondo del diritto, non della politica attiva. Il Csm non è un ufficio di collocamento per politici trombati: per restituirgli un minimo di prestigio e autorevolezza è ora che i partiti facciano un lunghissimo passo indietro.

Inutile attenderselo da B. Ma potrebbero cominciare i partiti di opposizione e i finiani, nominando a Palazzo dei Marescialli figure che non abbiano mai ricoperto cariche elettive, governative, partitiche. Tutto il contrario dei nomi che si leggono sui giornali. L’Idv penserebbe all’avvocato Ligotti, persona degnissima, ma in questo momento un parlamentare ed ex sottosegretario di Prodi non è quel che ci vuole. Il Pd avrebbe in serbo l’avvocato Guido Calvi, già senatore nonché difensore di D’Alema e di un bel po’ di esponenti del Pd inquisiti negli ultimi anni; l’ex ministro Mattarella; l’ex ministro avvocato Flick; l’ex senatore Fanfani; e addirittura l’avvocato Petrucci, difensore di Piero Marrazzo. Ma diamo i numeri? I finiani spingerebbero l’avvocato Nino Lo Presti, deputato da varie legislature. Idem come sopra. L’Udc, con la solita faccia di tolla, candida Michele Vietti, deputato dalla notte dei tempi e sottosegretario alla Giustizia del governo Berlusconi-2 in cui svettò come coautore della legge vergogna che di fatto ha depenalizzato il falso in bilancio, e pare che il Pd sia pronto a votarlo addirittura come vicepresidente al posto di Mancino, magari per aiutare Casini a resistere alle sirene berlusconiane in casa Vespa.
Che cos’è, uno scherzo? Forse un appello (pardon, un monito) di Napolitano ai partiti perché tengano giù le zampe dal Csm sarebbe quantomai opportuno. 
(Vignetta di Fifo)

Segnalazioni

Mercoledì 20 luglio, Genova, ore 21 - 
Nell'ambito della terza edizione della Settimana dei diritti della città di Genova, Marco Travaglio partecipa all'incontro "Il dovere della decenza. Pensierini su informazioni e dintorni". C/o palazzo Tursi, via Garibaldi 9.

Dal 29 luglio al 1 agosto a Pozzallo (RG) - Nell'ambito della 1° festa regionale di SeL, laboratorio di giornalismo curato da Riccardo Orioles e Carlo Ruta



181
commenti



Vignetta di Natangeloda Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009

Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell'Utri che, tra il '93 e il '94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.

A Berlusconi - ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d'interrogatori davanti ai pm - la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.  

All'indomani della puntata di “Annozero” in cui l'ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.

Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.

Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.

È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

I fatti del Fatto di Antonio Padellaro (Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009)

I video di Qui Lecco Libera - Incontro con Dario Franceschini


Cucù, cucù, il lodo non c’è più - di Carlo Cornaglia
In Italia è successo un finimondo:
dicendo che la legge è ugual per tutti
la Consulta ha mandato il lodo a fondo
ed Alfano e Ghedini son distrutti.

I Giustiniani in erba eran tranquilli,
era tranquillo il prode Cavaliere
poiché, dei suoi lacché grazie ai cavilli,
i suoi processi erano chimere...
Leggi tutto


222
commenti



Vignetta di BandanasSignornò

da l'Espresso in edicola

Dieci anni fa, terrorizzati dalle prime dichiarazioni dei pentiti sui mandanti esterni delle stragi e sulle trattative Stato-mafia, centrodestra e centrosinistra smantellarono la legge sui pentiti: drastica riduzione degli incentivi e tempo massimo di sei mesi per raccontare tutto. “Basta dichiarazioni a rate, i mafiosi dicano tutto subito”, cantavano in coro berluscones e progressisti sdegnati per la “memoria a orologeria” dei collaboranti. La legge passò a maggioranza bulgara in entrambe le Camere, presiedute da Nicola Mancino e Luciano Violante. Risultato: non si pentì quasi più nessuno, anzi molti si pentirono di essersi pentiti. Ora si scopre che, per quanto lenti a ricordare, questi erano fulmini di guerra a confronto di certi politici. Tipo Mancino e Violante.

Mancino, vicepresidente del Csm, seguita a contraddirsi sul presunto incontro con Paolo Borsellino il 1° luglio ‘92 (annotato nel diario del giudice, assassinato due settimane dopo): ora lo esclude, ora non lo ricorda, ora lo riduce a fugace stretta di mano, ora - almeno a sentire Giuseppe Ayala, altra memoria a orologeria - lo conferma. Intanto, 17 anni dopo, rammenta di avere respinto possibili trattative con la mafia (senza spiegare chi gliele prospettò e perché non le denunciò). Poi fa marcia indietro. Ma Violante lo supera. L’ex campione dell’antimafia progressista - tomo tomo cacchio cacchio, direbbe Totò - si presenta alla Procura di Palermo per rivelare con 17 anni di ritardo che, dopo Capaci e via d’Amelio, il colonnello Mario Mori, allora vicecapo del Ros, gli propose di incontrare l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, intermediario di una trattativa fra i carabinieri e il duo Riina-Provenzano. Rivelazione più spintanea che spontanea: il Corriere ha appena informato che Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, ha raccontato ai pm che suo padre chiese una “copertura politica totale” alla trattativa: da Mancino per il governo e da Violante per la sinistra. Violante dice di aver rifiutato il faccia a faccia e di aver chiesto a Mori se avesse informato la Procura. Ma, alla risposta negativa (“è cosa politica”), si guardò bene dal farlo lui.

E dire che a Palermo stava arrivando il suo amico Caselli, lasciato all’oscuro di tutto. E dire che Violante presiedeva l’Antimafia, competente sulle “cose politiche” di mafia, con i poteri della magistratura. E dire che nel ’93 Caselli interrogò Ciancimino sui suoi rapporti con l’Arma. E dire che nel ’96 Giovanni Brusca, al processo sulle stragi, svelò la trattativa Riina-Ciancimino-Ros con tanto di “papello”. E dire che Mori fu imputato di favoreggiamento mafioso per non aver perquisito il covo di Riina (assoluzione) e non aver catturato Provenzano nel ‘96 (processo in corso). Le rivelazioni di Violante sarebbero state molto utili, in quei processi. Ma Violante taceva e faceva carriera, anche a colpi di antimafia. Se i pentiti devono “dire tutto subito”, Violante ha impiegato 17 anni per ritrovare la memoria. Non è mica pentito, lui.
(Vignetta di Bandanas)

Segnalazioni

Chi ha paura di Silvio Berlusconi? di Geoff Andrews (Open Democracy, 28 luglio 2009)

Traduzione a cura di Italiadallestero.it


98
commenti



Immagine di Roberto CorradiZorro
8 gennaio 2009

Alla controriforma del giudici mancava solo la benedizione apostolica del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino. E la benedizione è arrivata ieri, dalle accoglienti colonne dell’Inciucio della Sera. Mancino sposa la trovata Tenaglia di affidare le misure cautelari a tre gip anziché a uno. Così, per rifilare l’ergastolo a qualcuno col rito abbreviato e mandarlo in galera a vita, basterà un gip, mentre per arrestarlo per qualche ora ce ne vorranno tre. La psico-riforma serve, per Mancino, a “evitare gravi anomalie, come quelle verificatesi a Pescara e Potenza”. In effatti è grave e anomalo che un Gip e un Riesame applichino la legge, valutando le richieste del Pm e le ordinanze del Gip, accogliendone alcune e respingendone altre. Il fatto poi che delle eventuali “gravi anomalie” debba occuparsi la sezione disciplinare del Csm presieduta dallo stesso Mancino, che allegramente anticipa il giudizio prim’ancora del processo, e per giunta s’impiccia in due inchieste in corso, sarebbe - questa sì - una grave anomalia. Ma solo in un paese dove non è anomalo applicare la legge. Mancino aggiunge che spetta al Parlamento “scegliere i reati da perseguire” (geniale: così escluderà quelli dei politici). E soprattutto che ci sono “troppi giudici nel Csm”: meglio ridurli a un terzo, raddoppiando quelli scelti dai politici (metà dal Parlamento, metà dal Quirinale). Ancora un piccolo sforzo e proporranno collegi giudicanti composti da un giudice scelto dalla Cdl, uno dal Pd e uno - se proprio non se ne può fare a meno - dalla magistratura. Il vero guaio è che ci sono troppi giudici nei tribunali.
(Immagine di Roberto Corradi)

Segnalazioni

Quando le dimissioni sono finte e tutti lo sanno ma fanno finta che siano vere - l'ultima puntata di Toghe rotte, la rubrica sulla giustizia di Bruno Tinti

Appello al mondo accademico britannico in favore del referendum contro le leggi ad personam in Italia


sfoglia giugno        agosto
autori
dvd
democrazya
rubriche

signori della corte sentenze italiane sentenze europee

il mattinale

errata corrige

commento del giorno

errata corrige

speciali

l'armadio degli scheletri

passparola

iniziative

no bavaglio

basta

basta

no bday

appello fini travaglio

arrestateci tutti

tutte le iniziative

Premi
Macchianera Blog Awards 2009
perche' voglio scendere

perch� voglio scendere

intervista agli autori

messaggio ai troll

feed

Feed RSS di questo blog Feed RSS di questo blog

feedburner

archivio


agenda 2010
agenda 2010
prossimi appuntamenti
vedi tutti gli appuntamenti
materiale infiammabile

IN EDICOLA
IN LIBRERIA

libri di chiarelettere

diffondi

voglio scendere

incolla il codice sottostante nel tuo blog o sito

premi

intervista agli autori


<[0.0310448187501606]>