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scarpinatoMarco Travaglio intervista il magistrato Roberto Scarpinato
da Il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2010

Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione? 

Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile. 

E chi sarebbero tutte queste persone?   
Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori,tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.   

Chi altri sa? 
È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.   

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima. 
Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella,ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […].  Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito deriva-bile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”.
Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in un circuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta.
In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. 
(Leggi tutta l'intervista)

 Segnalazioni

"L'agenda nera. Via D'Amelio 1992-2010. Un depistaggio di Stato". Il libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (edizioni Chiarelettere).

Il bavaglio? Su internet non è stato rimosso, anzi - Peter Gomez a Sky Tg24

 

 


continua

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Foto di poomkamol da flickr.comSignornò
l'Espresso, 14 agosto


Piero Ostellino merita le nostre scuse. Ultimamente, soprattutto quando annunciava urbi et orbi la morte del suo cane o collegava l’arresto di Del Turco alla storica inimicizia tra Pci e Psi, l’avevamo un po’ preso in giro. Ma ora, dopo lo strepitoso editoriale sulla strage di Bologna, abbiamo finalmente capito la sua diabolica manovra. Lui non crede a una parola di quel che scrive: le spara sempre più grosse apposta per vedere fin dove può arrivare la deriva revisionista del Corriere della sera. Sinora nessuno se n’era accorto, tant’è che gli avevan sempre pubblicato tutto. Così ha deciso di esagerare, anche rispetto ai suoi notevoli standard di delirio.

Ha esordito elogiando Rossana Rossanda e gli altri esponenti della “sinistra radicale” che non credono alla colpevolezza dei neofascisti Fioravanti, Mambro e Ciafardini (condannati in Cassazione) rifuggendo dalla “visione ideologica della storia” e dall’”ortodossia ufficiale” comunista. Fin qui tutto normale, o quasi, a parte il fatto che non si capisce cosa c’entrino l’ideologia e l’ortodossia con le otto sentenze sulla strage. Poi Ostellino fa una capatina in Urss, nella “Berlino del 1953”, nell’“Ungheria del 1956”, nella “Praga del ‘68”, che per lui sono intercalari fissi: li cita anche in gelateria, quando ordina un doppio cono. Poi, all’improvviso, il colpo da maestro: “Oggi, come dice Paolo Guzzanti…”. Qualunque cosa dica Paolo Guzzanti sulla strage di Bologna o su qualsiasi altro argomento, è chiaro che qui si cela la trappola ostelliniana. Pare di vederlo, il vecchio Piero, tutto compiaciuto davanti al computer: “Ora gli cito Guzzanti, così finalmente lo capiranno al Corriere che li sto prendendo per i fondelli”. Guzzanti è il leggendario presidente della commissione Mitrokhin che pendeva dalle labbra del “superconsulente” Mario Scaramella a proposito del ruolo-chiave di Romano Prodi nel Kgb e nel delitto Moro. Scaramella, per un’altra impresa truffaldina, ha poi patteggiato 4 anni per calunnia.

Ma che dice Guzzanti? Che “alla sentenza per la strage di Bologna nessuno crede”. E Ostellino lo cita come un ipse dixit. Ora, è mai possibile che, tra le Sezioni unite della Cassazione e Guzzanti, uno sano di mente scelga Guzzanti? Anche un bambino fiuterebbe la provocazione e gli farebbe uno squillo: “Scusa, Piero, ma ti senti bene?”. Invece niente: anche stavolta il Corriere pubblica tutto. Così i lettori apprendono dalla penna di Ostellino che la Rossanda, contestando la sentenza di Bologna, “si sottrae all’uso strumentale delle verità giudiziarie e si interroga in piena libertà su cosa sia realmente accaduto”, mentre “la sinistra ufficiale (cioè, par di capire, la Cassazione, ndr) resta preda dell’obiettivo di delegittimare chi governa (Fioravanti e Mambro, com’è noto, sono ministri, ndr)”. E’ una bella idea, comunque: sottrarre i processi per strage alle corti d’Assise e di Cassazione per affidarli a Ostellino, giudici a latere Rossanda e Guzzanti. Ne verrà fuori che la bomba a Bologna la piazzarono i Venusiani. La sentenza la pubblicherà il Corriere, a puntate. Ma, stavolta, dopo ampio dibattito.

Segnalazioni

Sono aperte le iscrizioni al social network di Chiarelettere

la responsabilità civile dei magistrati - la nuova puntata della rubrica sulla giustizia italiana a cura di Bruno Tinti

Il supermediatore - di Carlo Cornaglia
Ha l’amico Vladimiro
la Georgia sotto tiro
e la invade brutalmente
uccidendo molta gente.
  
E’ in allarme tutto il mondo,
contro Putin furibondo.
Non parliamo del texano,
buon esempio americano
...
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Foto di poomkamol da flickr.comSignornò
l'Espresso, 14 agosto


Piero Ostellino merita le nostre scuse. Ultimamente, soprattutto quando annunciava urbi et orbi la morte del suo cane o collegava l’arresto di Del Turco alla storica inimicizia tra Pci e Psi, l’avevamo un po’ preso in giro. Ma ora, dopo lo strepitoso editoriale sulla strage di Bologna, abbiamo finalmente capito la sua diabolica manovra. Lui non crede a una parola di quel che scrive: le spara sempre più grosse apposta per vedere fin dove può arrivare la deriva revisionista del Corriere della sera. Sinora nessuno se n’era accorto, tant’è che gli avevan sempre pubblicato tutto. Così ha deciso di esagerare, anche rispetto ai suoi notevoli standard di delirio.

Ha esordito elogiando Rossana Rossanda e gli altri esponenti della “sinistra radicale” che non credono alla colpevolezza dei neofascisti Fioravanti, Mambro e Ciafardini (condannati in Cassazione) rifuggendo dalla “visione ideologica della storia” e dall’”ortodossia ufficiale” comunista. Fin qui tutto normale, o quasi, a parte il fatto che non si capisce cosa c’entrino l’ideologia e l’ortodossia con le otto sentenze sulla strage. Poi Ostellino fa una capatina in Urss, nella “Berlino del 1953”, nell’“Ungheria del 1956”, nella “Praga del ‘68”, che per lui sono intercalari fissi: li cita anche in gelateria, quando ordina un doppio cono. Poi, all’improvviso, il colpo da maestro: “Oggi, come dice Paolo Guzzanti…”. Qualunque cosa dica Paolo Guzzanti sulla strage di Bologna o su qualsiasi altro argomento, è chiaro che qui si cela la trappola ostelliniana. Pare di vederlo, il vecchio Piero, tutto compiaciuto davanti al computer: “Ora gli cito Guzzanti, così finalmente lo capiranno al Corriere che li sto prendendo per i fondelli”. Guzzanti è il leggendario presidente della commissione Mitrokhin che pendeva dalle labbra del “superconsulente” Mario Scaramella a proposito del ruolo-chiave di Romano Prodi nel Kgb e nel delitto Moro. Scaramella, per un’altra impresa truffaldina, ha poi patteggiato 4 anni per calunnia.

Ma che dice Guzzanti? Che “alla sentenza per la strage di Bologna nessuno crede”. E Ostellino lo cita come un ipse dixit. Ora, è mai possibile che, tra le Sezioni unite della Cassazione e Guzzanti, uno sano di mente scelga Guzzanti? Anche un bambino fiuterebbe la provocazione e gli farebbe uno squillo: “Scusa, Piero, ma ti senti bene?”. Invece niente: anche stavolta il Corriere pubblica tutto. Così i lettori apprendono dalla penna di Ostellino che la Rossanda, contestando la sentenza di Bologna, “si sottrae all’uso strumentale delle verità giudiziarie e si interroga in piena libertà su cosa sia realmente accaduto”, mentre “la sinistra ufficiale (cioè, par di capire, la Cassazione, ndr) resta preda dell’obiettivo di delegittimare chi governa (Fioravanti e Mambro, com’è noto, sono ministri, ndr)”. E’ una bella idea, comunque: sottrarre i processi per strage alle corti d’Assise e di Cassazione per affidarli a Ostellino, giudici a latere Rossanda e Guzzanti. Ne verrà fuori che la bomba a Bologna la piazzarono i Venusiani. La sentenza la pubblicherà il Corriere, a puntate. Ma, stavolta, dopo ampio dibattito.

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Sono aperte le iscrizioni al social network di Chiarelettere

la responsabilità civile dei magistrati - la nuova puntata della rubrica sulla giustizia italiana a cura di Bruno Tinti

Il supermediatore - di Carlo Cornaglia
Ha l’amico Vladimiro
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e la invade brutalmente
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Non parliamo del texano,
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Foto di .:artemisia:. da flickr.coml'Unità, 2 agosto 2008

“Una minoranza prepotente e chiassosa decide per tutti chi debba essere abilitato o meno alla commemorazione delle vittime della strage di Bologna… Esplode il coro minaccioso… Hanno vinto i professionisti della minaccia, le minoranze guastatrici incapaci di rinunciare a un rito violento… lo scatenamento della piazza… chi del fischio in piazza ha fatto un mestiere mediaticamente remunerativo… il pregiudizio e l’odio politico”. Insomma, “il 2 agosto è stato macchiato ancora una volta da una minoranza prepotente. Le vittime della strage non meritavano di essere trattate così nella memoria collettiva”.

Uno, magari di prima mattina, magari spaparanzato sulla spiaggia, legge queste allarmanti parole sulla prima pagina del Corriere della sera di ieri, sotto il titolo “L’arma della minaccia” e a firma nientemenochè del vicedirettore Pierluigi Battista, e si inquieta, si angoscia, si rovina la giornata. Oddìo, dov’è successo il fattaccio? E chi è stato? E ci saranno dei superstiti? E quante le vittime di cotanta, e ovviamente cieca, violenza? Ci saranno dei feriti, dei contusi? E i colpevoli sono già stati assicurati alla giustizia o magari ancora latitano, liberi di ridare sfogo allo scatenamento, alla minaccia, alla prepotenza, al pregiudizio, all’odio politico e - Dio non voglia - al fischio in piazza? Poi il lettore si inoltra nella lettura del giornale e scopre che non è successo niente di niente. La strage di Bologna non è ancora stata commemorata, Piazza Maggiore è ancora deserta, nessuno ha fischiato nessuno (a parte un paio di vigili urbani alle prese con qualche motociclista in senso vietato). Ma Pigi, sempre previdente, ha pensato bene di anticipare gli eventi con un editoriale preventivo. E’, costui, una sorta di estintore a mezzo stampa, sempre intento a spegnere fuochi prim’ancora che le fiamme divampino. Al primo fil di fumo, magari fuoriuscito dal sigaro di un turista tedesco, balza sul primo Canadair disponibile e scarica sul luogo del fattaccio tonnellate d’acqua. Ultimamente lo sgomentano molto i fischi, che nelle democrazie normali, ma anche nei loggioni dei teatri lirici, sono strumenti di ordinaria espressione del dissenso. Ma lui vi intravede “un rito violento” e li denuncia prima ancora che partano. Ricorda un po’ quei ciclisti che s’imbottiscono di Epo in estate, con largo anticipo sulla stagione agonistica, e poi son costretti a dare ogni tanto una pedalata, anche in ferie, per diluire il sangue ridotto a Nutella.

L’altro giorno, da uno delle migliaia di inutili lanci d’agenzia che si ammonticchiano nelle redazioni attanagliate dalla canicola, apprende che alcuni esponenti bolognesi di Rifondazione si appresterebbero a fischiare il ministro Alfano, nel caso in cui si presentasse a commemorare il 28° anniversario della strage di Bologna a nome del governo Berlusconi. E dove sarebbe la notizia? A parte il fatto che uno come Alfano va contestato ogni volta che apre bocca, viste le corbellerie che ne escono a getto continuo, ci sarebbe da meravigliarsi se la sinistra radicale annunciasse per lui applausi e festeggiamenti. Alfano è l’ex segretario di Berlusconi, ora suo ministro della Giustizia ad personam, che gli ha confezionato su misura la legge blocca-processi e poi il Lodo dell’impunità e ora, non contento, annuncia per settembre altre mirabolanti “riforme della giustizia”: dalla separazione della carriere alla fine dell’obbligatorietà dell’azione penale all’asservimento politico del Csm, tutta roba copiata di sana pianta dal Piano di rinascita democratica della loggia P2. Quella loggia che, col suo maestro venerabile Licio Gelli, depistò le indagini sulle stragi e alla quale erano affiliati il premier Silvio Berlusconi e il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto.

Ci sarebbe dunque qualcosa di strano se, dalla piazza, si levasse qualche fischio all’indirizzo del signorino? A ciò si aggiunga che uno stuolo di parlamentari di An avevano chiesto ad Alfano di cogliere l’occasione della ricorrenza per ribaltare, in piazza, la sentenza definitiva della Cassazione che ha condannato Giusva Fioravanti e Francesca Mambro come esecutori materiali della strage di Bologna, sposando bislacche “piste alternative” come quella palestinese. Che avrebbero dovuto fare, i bolognesi: annunciare applausi entusiasti, ricchi premi e cotillons? Di tutte queste provocazioni, però, Battista s’è dimenticato di scrivere. Anzi, forse non se n’è neppure accorto. La sua concezione pompieristica del giornalismo lo porta a tralasciare le travi governative per concentrarsi sulle pagliuzze dell’opposizione. Non vede nulla di quel che accade (Lodo, impunità, revisionismo, razzismo, piduismo di ritorno), ma in compenso vede benissimo quel che non accade (i fischi). Tant’è che sul Lodo, la bloccaprocessi, la legge bavaglio alla stampa, la schedatura dei bambini rom, le denunce dell’Europa contro l’Italia e le altre vergogne dei primi tre mesi di governo non ha ancora scritto una riga, mentre agli eventuali fischi non ancora accaduti ha già dedicato un vibrante editoriale.

Berlusconi chiama “eroe” Mangano e “metastasi” la magistratura, Gasparri dà della “cloaca” al Csm, Bossi infila il dito medio nell’Inno nazionale e annuncia 300 mila fucili pronti a sparare, ma Pigi si sveglia soltanto quando un anonimo rifondarolo bolognese annuncia qualche fischio al ministro Alfano: questa sì è “violenza”, questa sì è “minaccia”. Si ripete così, paro paro, la pantomima della presunta “cacciata del Papa dalla Sapienza”: un gruppo di studenti e insegnanti annunciò di voler contestare il Pontefice, il quale preferì rinunciare alla visita, e subito il coro dei tromboni cominciò a suonare la grancassa su una “censura” mai avvenuta. Ora Alfano, ben sapendo di essere quello del Lodo e della guerra alla Giustizia, annusa l’aria che tira a Bologna e, coraggiosamente, se la dà a gambe di fronte al rischio di quattro fischi in piazza. Il governo gli copre la ritirata con un tragicomico comunicato in cui gli chiede “il sacrificio di rinunciare”. E, al suo posto, manda l’incolpevole ministro Rotondi, nella speranza che non venga riconosciuto. Per chi non lo sapesse, è quello che l’altro giorno svelava a La Stampa il principio ispiratore della prossima riforma della magistratura: “Colpirne uno per educarne cento”. Un “uomo del dialogo”, direbbe Battista. Oggi si prega vivamente di applaudirlo. Anzi, possibilmente, di fargli la ola.

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